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TUTTI I TESTI LETTI Scelta e libero adattamento a cura di Roberta Morelli e Nicola Marcucci
ORAZIO dalle EPISTOLE (I,10)
Noi, amici della campagna, salutiamo Fusco, amico della città. Solo in questo siamo molto diversi, per il resto siamo come fratelli, anzi, gemelli. Ciò che non piace all’uno, non piace nemmeno all’altro. E se qualcosa ci piace, facciamo di sì col capo come vecchi piccioni che si conoscono. Tu sei attaccato al tuo nido fra le mura, io lodo i ruscelli dell’aperta campagna, le rocce coperte di muschio e il bosco. Che vuoi che ti dica? Vivo da re, da quando ho lasciato quelle cose che voi esaltate in coro. A me basta un pezzo di pane appena sfornato, che è migliore delle torte di miele. Se è vero che bisogna vivere secondo natura, prima di tutto devi cercare il posto in cui metter su casa: conosci un luogo migliore della beata campagna? Vi è un luogo in cui gli inverni siano più tiepidi o dove un gradevole venticello addolcisca la rabbia della Canicola? Vi è un luogo dove le seccature non ti guastino il sonno? Dove l’erba è profumata o risplenda più dei mosaici libici? E l’acqua che nei quartieri cittadini minaccia di rompere i tubi di piombo, è forse più pura di quella che mormora scorrendo nel ruscello? Del resto in mezzo alle colonne ci si mette sempre un giardino, e le case più apprezzate sono quelle che si affacciano su una distesa di verde. Caccia pure col forcone la natura, essa ritornerà sempre, e di nascosto si farà strada, vittoriosa, tra i nostri sciocchi mali. NATURA Caccia pure col forcone la natura, essa ritornerà sempre.
LUCREZIO INNO A VENERE DA "DE RERUM NATURA" O Venere che doni la vita, divina madre dei discendenti di Enea, supremo piacere di uomini e dèi: sotto i mobili astri del cielo, da te prendono vita il mare che le navi sorregge e la terra feconda di frutti. Per opera tua tutti gli esseri viventi sono concepiti. Per opera tua nascono. E grazie a te possono contemplare la luce del sole. Te, o dèa, fuggono i venti al tuo apparire. E le grigie nuvole lasciano il cielo; in tuo onore la terra, con arte mirabile, fa sbocciare i fiori odorosi; per te sorride la distesa del mare e il cielo rasserenato splende di luce diffusa. Quando primavera tinge di azzurro i giorni, e il soffio fecondatore del vento Favonio, dischiuso da Eolo, riprende vigore, gli uccelli dell’aria annunziano la tua presenza, o dèa, e la tua potenza, colpiti nel cuore dal tuo divino fascino. Le fiere selvagge e le greggi scorrazzano per i prati rigogliosi, e passano a nuoto i vorticosi fiumi: così, al tuo richiamo, ogni animale ti segue bramosamente ovunque ti piaccia condurlo. Attraverso i mari e i monti, i fiumi impetuosi, le frondose dimore degli uccelli e i campi verdeggianti, infondendo nel cuore a tutti una dolce voluttà, fai sì che le stirpi si perpetuino.
NATURA Dice bene Lucrezio, il mio grande divulgatore fin dall’inizio dei tempi…
LUCREZIO LA VITA DEGLI UOMINI PRIMITIVI DA "DE RERUM NATURA"
L’umanità dell’epoca primitiva, che viveva allo stato selvaggio, era molto più robusta di quella attuale, cosa del tutto naturale, perché l’aveva generata la dura terra, ed era dotata di un’ossatura più grande e più resistente, con le membra saldamente connesse da vigorosi nervi, cosicché non veniva facilmente colpita dal caldo o dal freddo, da cibi sconosciuti o da malattie fisiche.
E mentre il sole per molti lustri girava per il cielo, trascorrevano l’esistenza come fiere errabonde. Non c’era nessun gagliardo contadino che usasse l’aratro, o sapesse dissodare la terra con attrezzi di ferro, o piantare teneri virgulti, o tagliare col falcetto i rami secchi degli alti alberi. Quei doni che il calore solare e le piogge avevano offerto, quei doni che la terra spontaneamente aveva fatto germogliare, placavano da soli a sufficienza il loro cuore.
Ristoravano i loro corpi tra le querce ricche di ghiande, e quei corbezzoli che ora si vedono d’inverno diventar maturi, di un color rosso porpora, anche allora la terra li produceva, in maggior numero e più grossi.
Inoltre la fiorente giovinezza della terra offriva per i poveri mortali cibi molto grossolani, ma abbondanti. Ruscelli e pure sorgenti li invitavano a placare la sete, come ora lo scorrere dell’acqua, giù dagli alti monti, richiama da lontano, a gran voce, le fiere assetate. Sostavano nei silvestri recessi delle ninfe, scoperti nel loro vagabondare, e ricordavano che da lì molli ruscelli d’acqua bagnavano con abbondante vena le rocce, rendendole viscide e stillanti di verde muschio.
Non conoscevano ancora l’uso del fuoco, non sapevano coprire il corpo con le spoglie delle fiere; abitavano i boschi, le caverne dei monti e le fitte selve; riparavano tra i cespugli le membra indurite, cercando di evitare così le rabbiose sferzate del vento e delle piogge.
Non riuscivano a concepire i vantaggi di una vita in comune, né sapevano servirsi di usanze o leggi scritte per regolare i rapporti reciproci. Se ad uno di loro il caso offriva una preda, subito gli altri la contendevano, avendo tutti ben imparato l’istinto di usare la forza per provvedere alla propria esistenza.
E un’ingenita brama amorosa accoppiava nelle selve i corpi degli amanti; ogni donna diventava arrendevole o per il reciproco desiderio naturale, o per la forza brutale dell’uomo, o per una sfrenata passione, o per un dono, come ghiande, corbezzoli o pere scelte.
Fidando nell’eccezionale vigoria delle braccia e delle gambe, davano la caccia alle fiere dei boschi con sassi lanciati a mano o con una pesante clava; alcune ne catturavano, da altre fuggivano nascondendosi nelle spelonche; simili a irsuti cinghiali distendevano a terra le nude membra rozze, coprendosi di foglie e frondosi rami.
Nella notte tenebrosa non invocavano la luce del sole con tremuli gemiti, vagando sgomenti per i campi, ma attendevano in silenzio e immersi in profondo sonno che il sole, con la sua rosea fiaccola, facesse riapparire nel cielo il suo radioso splendore.
NATURA Grazie Lucrezio, mio divulgatore. E grazie Virgilio, mio poeta.
SEBASTIANO VASSALLI DA "UN INFINITO NUMERO"
Allora Virgilio incominciò a leggere i suoi versi: dapprima con un leggero tremito nella voce, e poi via via rinfrancandosi mentre trattava della coltivazione degli alberi, degli innesti, della diversa fertilità dei terreni, del clima, e delle stagioni… Quando arrivò a parlare della fine dell’inverno, e della natura che si risveglia, il silenzio in sala era assoluto.
"Non lasciarti convincere da nessun consigliere a smuovere la terra ancora irrigidita dal soffio di Borea. È la primavera che giova alle foglie dei boschi, è la primavera che giova alle piante, è in primavera che i terreni sono turgidi e invocano i semi fecondatori. Allora il padre onnipotente, l’Etere, con le piogge che rigenerano, scende nel grembo della sua lieta sposa, e tutte le creature vivifica, avendo congiunto il suo grande corpo al grande corpo di lei. Allora i boschi inaccessibili risuonano di uccelli cantori, e gli animali, ognuno nel suo momento specifico, ritornano a Venere. Partorisce il campo generatore di vita, e ai tiepidi soffi di Zefiro le zolle si aprono; in tutte abbonda una umida linfa, i germogli si affidano senza paura ai nuovi raggi del sole, e il pampino non teme la levata degli Austri o le piogge che i grandi venti spingono giù dal cielo, ma butta fuori le sue gemme e dispiega tutte le sue foglie. Non altri, potrei credere, erano i giorni che brillarono nella prima origine del mondo nascente, non diverso il loro aspetto; primavera fu quella, primavera viveva il grande universo, e gli Euri trattenevano i loro soffi invernali, quando i primi animali bevvero la luce e la razza terrestre degli uomini levò il capo dalle dure zolle, e i boschi si riempirono di animali e il cielo di stelle…"
NATURA (tragicamente) Morto è Dafni, pastore e poeta. Giovane Mopso, vecchio e saggio Menalca. Cantate per me la sua morte.
VIRGILIO Egloga quinta
MOPSO Dafni rapito da crudele morte piangevano le Ninfe (voi lo sapete, fiumi, e voi, nocciòli), mentre stringendo il povero corpo di suo figlio chiama spietati e dèi e stelle la madre. Nessuno, Dafni, in quei giorni spinse i buoi dal pascolo ai freschi rivi; nessuna bestia bevve un sorso d’acqua, né sfiorò uno stelo. Dafni, i monti selvaggi e le foreste narrano che alla tua morte anche i leoni d’Africa hanno pianto. Dafni insegnò ad aggiogare al carro le tigri armene; Dafni a guidare i tìasi di Bacco e ad intrecciare docili rami a foglie delicate. Come la vite è orgoglio all’albero, i grappoli alla vite, alla sua mandria il toro, le messi alla fertile campagna, così eri dei tuoi tutto l’orgoglio. Da quando il fato ti ha rapito, persino Pale ha abbandonato i campi, persino Apollo. Nei solchi a cui affidammo i grani d’orzo, crescono loglio infecondo, sterile avena. Al posto della tenera violetta e del purpureo narciso, nascono il cardo e il poliuro dalle acute spine. Spargete di foglie il suolo, velate d’ombra le fonti, pastori (questo è l’onore che domanda Dafni), e fate un tumulo, con questi versi incisi: "dafni io fui, famoso in questi boschi e fino agli astri, pastore di un bel gregge, e io più bello ancora". MENALCA Radioso, Dafni stupisce della soglia d’Olimpo, per lui nuova, e sotto i piedi vede le nuvole e le stelle. Allora una gran gioia agita i boschi e i campi e Pan e le fanciulle Drìadi e i pastori. Né il lupo insidia il gregge, né la rete inganna il cervo: Dafni benigno ama la pace. Voci di gioia lanciano alle stelle gli intatti monti; le rupi e gli albereti fanno echeggiare: "Un dio, è un dio, Menalca!" Oh, sii benigno e propizio ai tuoi! Ecco quattro are: due, Dafni, a te, due per altari a Febo. Io ti offrirò ogni anno due tazze spumeggianti di latte appena munto e due crateri d’olio grasso; e prima allieterò il convito con molto bacco, davanti al fuoco, se fa freddo, o all’ombra, se è il tempo delle messi, e verserò dalle coppe un nuovo nettare, il vino di Ariùsia. Canteranno per me Damèta e il lictio Egòne, e Agesilào imiterà i satiri alla danza. Questo avrai sempre, e quando renderemo alle ninfe i voti consacrati, e quando faremo puri i nostri campi. Finché il cinghiale amerà i monti e il pesce i fiumi, finché le api succhieranno timo e rugiada le cicale, sempre il tuo culto, il tuo nome e la tua gloria perdureranno. Come a Bacco e Cerere, così ogni anno a te i contadini faranno voto: e tu li esaudirai. NATURA Cacciate pure la natura col forcone, essa ritornerà sempre.
ALESSANDRO MANZONI LA VIGNA DI RENZO – DA "I PROMESSI SPOSI" Povera vigna! Per due inverni di seguito, la gente del paese era andata a far legna "nel luogo di quel poverino", come dicevano. Viti, gelsi, frutti d’ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell’antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure segnavano la traccia dei filari desolati; qua e là rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l’aiuto della man dell’uomo. Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d’avene selvatiche, d’amaranti verdi, di radicchielle, di acetoselle, di panicastrelle e d’altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi insomma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra questa marmaglia di piante ce n’era alcune di più rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l’uva turca, più alta di tutte, co’ suoi rami allargati, rosseggianti, co’ suoi pomposi foglioni verde cupi, alcuni già orlati di porpora, co’ suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all’aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne’ rami, nelle foglie, ne’ calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi o porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggeri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a’ nuovi rampolli d’un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle loro foglie ciondoloni, e spenzolavano dalla cima di quelli le loro campanelle candide e molli: là una zucca selvatica, co’ suoi chicchi vermigli, s’era avviticchiata ai nuovi tralci di una vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendon l’un l’altro per appoggio. Il rovo era per tutto; andava da una pianta all’altra, saliva, scendeva, ripiegava i rami o li stendeva, secondo gli riuscisse; e, attraversato davanti al limitare stesso, pareva che fosse lì per contrastare il passo, anche al padrone.
GIUSEPPE CESETTI RITORNO
Un verde c’era nel prato. Un verde c’era nella vigna. Un verde c’era in riva al fosso. Verde era il cardo verde l’olivo verde le rape e le cicorie verde. Ma nessun verde era come l’altro verde.
Frédéric Richaud da "Il Signor Giardiniere"
Lì, la testa china su ciascuno di quei territori nascosti, osservo il mondo che si anima liberamente: l’erba allontana il fiore che la incomoda, la limaccia s’inerpica con cautela su una foglia di lattuga, la cavalletta salta portentosamente da un’erba all’altra, la formica trasporta a fatica un seme più grosso di lei. E io, io non esisto più nel mezzo di questi piccoli universi, ciascuno dei quali è per me più grande di tutte le vostre galassie.
FINALE NATURA Andiamo: gravosa per chi canta è l’ombra, gravosa l’ombra del ginepro; anche alle messi nuocciono le ombre. Siete sazie, caprette: andate a casa. Andate: Espero viene. ------------------------------------------------------------------------------------------------------- GIORGIO Caccia pure col forcone la natura, essa ritornerà sempre, e di nascosto si farà strada, vittoriosa, tra i nostri sciocchi mali. NICOLA …i primi animali bevvero la luce e la razza terrestre degli uomini levò il capo dalle dure zolle, e i boschi si riempirono di animali e il cielo di stelle. NATURA Allora una gran gioia agita i boschi e i campi e Pan e le fanciulle Drìadi e i pastori. GIORGIO E io, io non esisto più nel mezzo di questi piccoli universi, NICOLA Ma nessun verde era come l’altro verde. NATURA …finché le api succhieranno timo e rugiada le cicale, sempre il tuo culto, il tuo nome e la tua gloria perdureranno. GIORGIO In tuo onore la terra, con arte mirabile, fa sbocciare i fiori odorosi NICOLA Caccia pure col forcone la natura, essa ritornerà sempre
NATURA e i boschi si riempirono di animali e il cielo di stelle GIORGIO Siete sazie, caprette: andate a casa NICOLA Gravosa per chi canta è l’ombra. NATURA Andate: Espero viene.
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